Zimbabwe, ottobre 2007.
Caro Sassolino nella scarpa…
Sì, vale la pena venire a salutarti e dirti grazie perché molte volte il “sassolino” mi fa fermare, riflettere, sorridere e ricordarmi di essere bergamasca di Telgate.Narra una leggenda africana che le anime dei bambini ballano di gioia sui colori dell’arcobaleno perché sanno che dopo il temporale ritorneranno sui prati a giocare con altri bambini.L’esperienza di 28 anni di Africa mi fa parlare di tanti temporali, seguiti però sempre dall’arcobaleno della speranza.Lo Zimbabwe, ex Rodesia, colonia inglese di un tempo, come tanti paesi africani non deve combattere solo con epidemie e carestie. Il problema più grosso che ora la popolazione deve affrontare è purtroppo il suo stesso governo, con irresponsabilità politiche, cura gli interessi personali a scapito dei poveri.Un giorno lo Zimbabwe, considerato uno dei Pesi più ricchi dell’Africa meridionale con un’economia florida da definirsi una delle migliori del continente africano, è ridotto ad un Paese di povertà, di miseria e di fame. Su una popolazione di 14 milioni di abitanti, l’AIDS miete più di mille persone al giorno. I momenti in cui viviamo sono veramente disastrosi!!In questa atmosfera resta facile pensare alla nostra situazione: famiglie completamente spazzate via dall’AIDS, orfani che combattono soli per la sopravvivenza mendicando, ragazzine giovani che si prostituiscono per pochi soldi ricevendo in cambio il virus dell’AIDS. Il mio lavoro è al servizio della Chiesa locale con un lavoro continuo per i suoi bisognosi, soprattutto bambini e giovani.Speciale assistenza si dona per la formazione di giovani suore locali che seguono con passione, amore, tenacia la loro gente che nelle situazioni politiche odierne vivono tempo di paura, fame, miseria, malattie. Ora “sassolino” caro, ti assicuro la mia preghiera con un ringraziamento caldo come il sole dello Zimbabwe.Continua sempre ad essere dono di speranza che tiene viva la Fede e la Carità.Con stima e riconoscenza un forte abbraccio.
Suor Maria Luisa Baroni e comunità, 3 aprile 2007.
Ecuador
Carissimi amici del Centro Missionario di Bergamo, grazie di cuore de "Il sassolino nella scarpa" che mi inviate puntualmente e che da la possibilità a tutti i missionari bergamaschi sparsi nel mondo di ricevere notizie della nostra cara Diocesi e di rimanere in contatto tra noi. Sono suor Roberta Bassanelli dell'Istituto Figlie dell'Oratorio di Lodi, sono nativa della parrocchia della Ramera di Ponteranica e da 5 anni sono missionaria in Ecuador. Vi scrivo per farvi partecipi di una iniziativa che da alcuni anni stiamo realizzando nella nostra Parrocchia di Pajan: il GRIN, versione invernale del CRE. Nella zona costiera dell’Ecuador l’inverno incomincia in Gennaio con le piogge, le scuole chiudono i battenti fino a dopo Pasqua e i nostri ragazzi, adolescenti e giovani girano per le strade annoiati in cerca di qualcosa di nuovo. Il caldo in questo tempo è soffocante e solo le ore di pioggia del pomeriggio danno un po’ di frescura. Il GRIN per i ragazzi di Pajan diventa l’appuntamento irrinunciabile per incontrarsi, stare insieme, divertirsi, all’ombra del campanile, in compagnia delle suore e degli animatori. L’esperienza è stata preceduta da una settimana di formazione per gli animatori e di organizzazione dei diversi momenti del GRIN intorno a un tema: negli anni precedenti abbiamo conosciuto diversi personaggi biblici: Abramo, Giuseppe e i fratelli, Mosé, Davide; quest’anno abbiamo messo al centro della nostra attenzione Gesù di Nazareth, la sua persona e la sua storia. Il primo giorno di GRIN quando tutto era già pronto, il cortile adornato, gli animatori con le magliette, i pagliacci, i distintivi per i ragazzi, lo striscione con l’immagine di Gesù, i giochi, le attività, i ragazzi sono arrivati in massa. Quanta allegria e risate hanno riempito il silenzio! Durante le mattinate si alternavano momenti di dinamica, preghiera, formazione con l’aiuto di un video su Gesù, il lavoro sul quaderno, giochi di squadra, tornei. La novità di quest’anno è stata la presenza di 50 adolescenti e giovani che hanno avuto la possibilità di un itinerario formativo adatto a loro. Tutto si è concluso con una grande festa dove abbiamo invitato tutti i genitori. Facendo una valutazione finale con gli animatori, abbiamo potuto riflettere sull’importanza dell’esperienza del GRIN nella vita dei nostri ragazzi e dei nostri giovani, in un contesto privo di iniziative rivolte ai più piccoli. Cogliamo l’occasione per ringraziare il Centro Missionario di Bergamo per il materiale che ci hanno regalato, materiale che ha dato “colore” al nostro GRIN.
Suor Roberta Bassanelli e comunitá
Veraghattan, India, 16 marzo 2007
Rev.do don Giambattista e Centro Missionario, con gioia e grande sorpresa ho ricevuto la generosa offerta a beneficio dei nostri poveri e ringrazio sentitamente. La somma sarà usata per la rifinitura delle casette in cemento e per la cura dei malati di Aids che numerosi accorrono la nostro centro.Qui in India il governo ha aperto un’iniziativa per la demolizione delle capanne da sostituire con casette in cemento ed offre un aiuto, ma… prima di arrivare al destinatario , passa per troppe mani e alla fine resta una piccola somma che non basta neppure per finire le quattro mura. E’ facile perciò trovare case incomplete ed abbandonate, facile preda delle intemperie… e così, in poco tempo, vanno in fumo tutti i soldi usati. L’inaspettata offerta ci da la possibilità di venire in aiuto a questa povera gente e dar loro la gioia insperata di prendere possesso di una casetta in muratura. Avremo anche la possibilità di offrire medicine (tra l’altro qui sono molto rare) ai malati di Aids. Vedete quanto bene e quanta gioia è possibile offrire anche da oltre oceano! Il Signore vi ricompensi come solo lui sa fare. Avevo programmato di venire in Italia questa primavera, ma da tre anni sto aspettando inutilmente il rinnovo del permesso di residenza in India , senza il quale posso uscire e non più rientrare. È proprio ridicolo: dopo quarantaquattro anni di India mi trovo qui come clandestina! Chissà allora quando ci vedremo… Comunque, intanto vi saluto con molta riconoscenza: il Signore sia generoso con tutti di grazie e di benedizioni celesti.
Suor Maria Stucchi, Missionaria Canossiana in India.
Anzaldo, 2 marzo 2007
E’ venerdì sera e mi trovo in sala operatoria con la responsabilità dell’anestesia alla signora Angela per una chirurgia di addome dove si toglierà una parte di intestino, la causa delle sofferte pene dell’inferno quando questo si è attorcigliato su se stesso per la malattia di Chagas che qui è frequente. Per ridare la normale funzione di scarico all’intestino non vi è altra scelta che la soluzione chirurgica. Sono circa le 20 e la chirurgia procede regolare, se non fosse per la mancanza improvvisa di corrente che ci mette in stato di ansia per imporci l’emergenza nell’emergenza. Occorre avviare il motogeneratore, accendere interruttori e spostare deviatori per riportarsi nella normalità e avere la sufficiente e necessaria luce per poter continuare l’intervento dopo queste varianti e adattazioni. Dalla regione del Nord Potosì’ (che è una regione povera che confina con la nostra ugualmente dichiarata povera) arriva l’ambulanza dell’ospedale statale; si tratta di un parto podalico di una giovane donna al primo parto. Sono le hore 21 ed esco momentaneamente dalla sala operatoria per vedere meglio, con un’ecografia, dove posso rendermi immediatamente conto che il bebè sta soffrendo avendo una frequenza cardiaca bassa e il liquido meconiale presente al normale tatto; la donna soffre i dolori del parto già avviato e in atto con forte contrazioni. Anche qui la soluzione richiesta è chirurgica.. Cosa fare?. Siamo occupati con un’ emergenza dove ne avremo ancora per un paio d’ore, con una luce precaria che ci impone continuare come possiamo e, sopra questo, un’altra emergenza superiore alle nostre possibilità di risoluzione; non ci è possibile abbandonare la chirurgia in atto con pancia aperta, per dare la soluzione al nascituro che è a rischio di vita e che richiederebbe una chirurgia di cesarea. Questa ultima paziente ha sofferto tre ore di viaggio in ambulanza e chissà quante altre ore di attesa prima che l’ambulanza la trasportasse qui da noi …Che fare ? Niente… deve proseguire il viaggio come se non esistessimo, un viaggio di un’altra ora e mezza in ambulanza, per raggiungere la città. E’ una soluzione rischiosa ma è l’unica e la più convincente possibile che ci rimane e che si prende, mancando alternative migliori. Penso che anche se piccolo a volte insignificante, questo ospedale potrà, chissà sognando, diventare un modello da adottare per altre aree e un giorno rafforzarsi con due chirurghi. La verità è che non sempre queste coincidenze e sovrapposizioni avvengono, anzi, al contrario, sono tanti i tempi vuoti e di disoccupazione che conosce il mio chirurgo quando resta in attesa di poter essere occupato in qualche chirurgia, perchè al “campo” (cioè fuori dalla città e in area rurale) la densità della popolazione è ben ridotta e dispersa, ben diversa da quello che invece succede nelle città dove la maggior parte sono attratti . Quanti posti disattesi restano senza medici, quante vite perse per un mondo che và avanti da una parte con troppe improvvisazioni e abbandoni e dall’altra con spinte esagerate per ottenere risultati che non possono essere poi condivisi e servono per aumentare le distanze e le differenze! Se le statistiche che ci passano servono a dirci qualcosa, sono ancora 100 i bambini che qui muoiono su 1000 nati vivi, sono i dati della povertà che non hanno tendenza a diminuire. Ma non voglio perdermi in considerazioni che troppi conosciamo. Ora, per il nostro caso, siamo in attesa di risposte e siamo di fronte all’evento e al rischio .. che possono anche essere sorprese. Ma qui le sorprese sono veramente all’ordine del giorno soprattutto quando si tratta di salute, di mortalità infantile, di bambini che non possono nascere perché ancora disattente le attenzioni in salute o perché alla fine sono vite che poco contano.Non so che ne sarà del piccolo che non siamo riusciti a far nascere… lo sapremo probabilmente domani senza meravigliarci magari di venire a sapere che non è nato vivo. Qui non siamo eroi, ne super uomini… siamo nella condizione di normalità , ci sosteniamo nella buona volontà e ci dibattiamo con le cose che ci interpellano sperando di esserne all’altezza.. Sono le ore 23; arriva, ancora dalle regioni lontane del nord Potosì, un’emergenza con il veicolo dei padri Claretiani che lavorano in quelle aree. Ci portano una signora di mezza età che è stata impalata dalla cornata di un toro e sanguina abbondantemente; è da chiudere con un’anestesia regionale e sutura La giornata non è ancora finita; dopo la signora Angela che sta terminando l’intervento , potremo pensare anche a quest’ultima, che ci farà passare ad un’ altro giorno senza accorgerci che oggi abbiamo fatto unicamente il nostro dovere restando vigili e in azione sul posto di scelta che riesce a dare il pieno senso alle nostre giornate.
Gamba dott. Pietro
Moroto, Uganda marzo 2007
Carissimi tutti del Centro Missionario,
vi ringrazio degli auguri pasquali che ricambio di vero cuore. Ringrazio pure tutti i benefattori che ricordo sempre per l'aiuto che mi stanno dando per la formazione dei giovani karimojon. La situazione nella zona di Moroto per il momento e' tranquilla, anche se rimane sempre il problema dell'insicurezza delle strade. La gente è in attesa delle prime piogge che permetteranno di iniziare a zappare: la bontà del Signore ci concederà le piogge al tempo opportuno. Per la maggiore parte della popolazione dei Karimojon, l'unico sostentamento è il raccolto. Il karamoja e' una zona semi-deserta dove si vedono solo spine, ma anche in mezzo a queste spine c'e' un fiore meraviglioso che è la rosa del deserto: essa nasce fiorisce e vive senza che nessuno la pianti o la annaffi; tutto questo ci insegna che anche dove sembra non ci sia vita, c’è sempre la speranza ed la certezza che il Signore si prende cura delle sue creature. A volte la speranza in un futuro migliore si affievolisce, ma occorre crederci e noi crediamo che anche per questo popolo ci possa essere un futuro migliore. Cerchiamo di portare avanti la scuola tecnica con amore e passione, nonostante i tanti problemi, perchè siamo convinte che per questi giovani sia questa l’unica strada per una vita dignitosa. Attualmente abbiamo 82 ragazzi di questi 18 sono ragazze; offriamo a loro la possibilità di frequentare tre corsi: falegnameria, edilizia, taglio e cucito. Il primo gruppo di studenti ha terminato nel 2006 ed il risultato e’ stato buono: quasi tutti hanno trovato lavoro. Oltre all’aspetto didattico cerchiamo di offrire loro anche dei valori cristiani perché possano diventare dei cittadini onesti. L’aiuto che mi viene dato da tante persone generose viene usato per la formazione di questi giovani che hanno buona volontà ma non hanno la possibilità di poter continuare gli studi. Chiedo al Signore di ricompensare ogni benefattore con le Sue Grazie e Benedizioni. La Santa Pasqua ormai vicina aiuti il popolo Karimojon a risorgere ad una vita nuova, fatta di amore, e di pace che a volte sembra ancora cosi lontana, ma siamo sicuri che il Risorto possa cambiare anche il loro cuore. Anche a tutti voi assieme ai gruppi missionari che ho conosciuto ed apprezzato per i tanti sacrifici che fanno per le missioni e missionari giungano i miei più cari auguri, di pace, gioia e felicità. Con affetto e riconoscenza.
Dolci sr. Graziella, Missionaria comboniana in Uganda
Santa Cruz de la Sierra, Bolivia febbraio 2007
In questo articolo voglio fare una riflessione ad alta voce insieme a voi. Risulta chiaro dal Vangelo di Lc al capitolo 4 che Gesú é venuto a portare il suo annuncio di liberazione ai poveri, “la buona notizia ai poveri” dice il terzo vangelo. Sappiamo che quando Gesú parla di poveri non indica specificamente quelli che non hanno conti in banca o soldi nel portafoglio, tant’è vero che Matteo parla di “poveri in spirito”. Allora mi sono chiesto: che ne sará dei ricchi? E’ senz’altro vero che partendo da Bergamo per la Bolivia sono atterrato in un paese assolutamente piú povero, almeno economicamente ed é altrettanto vero che nell’immaginario collettivo le terre di missione sono luoghi in cui vivere il Vangelo in mezzo alla miseria, con la solidarietá e l’aiuto fraterno. Non si va in missione per morire di fame, certo, peró si accetta di vivere in condizioni che non sono quelle della terra di origine. Di questo abbiamo parlato a lungo nelle riunioni del gruppo Bergamo in Bolivia e sempre, insieme alla consapevolezza che i poveri sono i primi ad essere aiutati, nasceva l’interrogativo: e i ricchi? Ancora di piú mi interrogo personalmente su questo da quando sono stato inviato a S.Cruz, una cittá di certo piú ricca di Cochabamba; é la cittá industriale e agricola che sostiene il paese (insieme con le risorse minerarie e il gas di altre regioni), la Milano della Bolivia, potremmo dire. Anche la parrocchia in cui vivo sta senz’altro meglio economicamente della parrocchia dove ho lavorato 5 anni. Allora vuol dire che sono senza lavoro? No davvero! Prima di tutto: a lato e in mezzo a tanto benessere (tanto rapportato ad alte zone del paese) ci sono sempre sacche di povertá, come in tutte le grandi cittá del primo, secondo, terzo e quarto mondo. Secondo: la Chiesa di Bergamo mi ha mandato come sacerdote missionario in aiuto alla Chiesa Boliviana e quindi come “evangelizzatore”. Come non riconoscere allora che i ricchi, quelli che pensano di avere tutto perché hanno una casa ordinata o un grande appezzamento di terreno, quelli che possono mandare i loro figli a una scuola privata dove si parla strettamente inglese, quelli che tutti i sabati e le domeniche possono uscire a cena o in discoteca, sono quelli che piú devono essere evangelizzati? E’ lodevole il lavoro di quelli che vivono a contatto con i poveri e condividono (quasi in tutto) la loro esistenza, ma il Vangelo di Gesú é per tutti quelli che sperimentano il vuoto della loro vita, magari senza saperlo. In questo senso i ricchi della vecchia Europa che ha perso le sue origini cristiane (o preferisce dimenticarle) e i ricchi del nuovo mondo si assomigliano molto. Pieni di cose e di novitá tecnologiche pensano di essere felici! Non fraintendete. La mia vita é a continuo contatto con i poveri: sto ancora regalando magliette, pantaloni, medicinali e soldi a chi davvero é in condizioni disperate, ma nello stesso tempo capisco che c’è tutta una fascia di persone che, anche se hanno di che mangiare e di che vestirsi, non conoscono quel Signore che puó rendere migliori qualitativamente le loro vite. In questo senso “l’anno di grazia del Signore” va annunciato a tutti indistintamente, poveri e ricchi, in modo che tutti ci facciamo poveri “in spirito” cioé dentro, nel fondo del cuore, per accogliere l’Unico che puó davvero riempirlo di gioia. Come del resto abbiamo fatto nel Natale, come faremo nella Quaresima. A proposito, BUONA PASQUA a tutti.
P. Angelo Roncelli
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