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Cristiani, ma come?

Cristiani, ma come?

Cercare di tratteggiare oggi la figura del credente cristiano è davvero difficile.
Tanti e pericolosi i rischi.

La tentazione della tartaruga è quella di chi si è costruito una corazza: le ragioni del passato come bastione della resistenza. Il rischio della liquidità in chi si appella alla velocità del tempo che corre, cancellando regole e istituzioni, tradizione e baluardi della religiosità. I conti vanno fatti anche con chi si accontenta di una fede a zucchero a velo, che imbianca alcuni momenti della vita, magari quelli che segnano passaggi storici, oppure con chi della fede coglie solo l'aspetto sociale: giusto per non restare tagliati fuori. Mi chiedo spesso, infatti, cosa voglia dire per un non credente: buon Natale o buona Pasqua.

Dentro questo guazzabuglio di situazioni esistenziali ci stanno anche gli opinionisti, quelli che indicano in papa Francesco il "demolitore" della fede cattolica o che riconoscono in lui la fonte assoluta della novità, il riformatore.

Di fatto del cristiano, che sembra così insignificante, se ne parla, a proposito o meno, in tante e diverse situazioni, nei salotti della tv e attorno al tavolino del bar.

Non è nelle mie intenzioni una difesa d'ufficio e neppure la pura apologetica della vocazione cristiana.

Un invito è quello al discernimento. Presuppone intelligenza, capacità di entrare dentro le situazioni, le storie, la vita e leggere con categorie positive i frammenti di esistenza che ogni giorno affidiamo alla sintesi. Da questo punto di vista la preparazione culturale non si esaurisce nelle competenze acquisite con lo studio, ma chiama costantemente in causa quel bagaglio di "tradizione" che ci portiamo da casa e che permette di stare con i piedi per terra. In questo intreccio si pone anche l'appello della fede. Ragione e vita sono chiamate in causa per scoprire il sentiero della fede.

Il passo successivo è allora quello della credibilità. Ne vale la pena: è l'affermazione che muove alla fede. Solo a questa condizione è proponibile l'orizzonte del Vangelo come luogo per interpretare la vita. Nelle fatiche della complessità e della frammentazione del mondo è facile fare della fede un'ancora di salvezza, un rifugio dell'incomprensibile. Che ci siano in giro cristiani rassegnati al dover credere per stare a galla è proprio vero, che qualcuno strumentalizzi le cose di Dio per spingere a devozionalismi è anche questo vero. La credibilità va a braccetto con la libertà. La libertà di chi fa del Vangelo un incontro, una relazione d'intimità. La libertà della fede è persino sfacciata perché esageratamente innamorata dell'uomo e della sua carne.

Questo è il terzo passaggio: il cristiano è un uomo di carne!
Potrebbe sembrare una banalità o persino un affermazione blasfema: come la mettiamo con la spiritualità? Con tutta la filosofia dello spirito? Con le grandi dispute legate alla morale e all'agire?

Uomo di carne vuol dire vivo, da toccare. Vuol dire attraversato da sentimenti e passioni, segnato da bisogni e attese. È l'uomo della promessa, compiuto e mai finito, aperto alle domande e nello stesso tempo custode geloso dell'arcano. Questo uomo di carne trova nella fede la concretezza della sua vita: sembra proprio un paradosso. Ed è il pulsare del suo cuore che fa la differenza, la passione che gli brucia dentro che diventa contagiosa e feconda. Sarà allora la continua riscoperta del senso a proiettare lo sguardo oltre il vissuto incrociando costantemente la strada. Sarà la fede a farsi prossimità, la fede a sprecare parole, la fede a segnare presenze e servizi, la fede a significare vissuti. Il mistero di Dio è tremendamente attuale.

Come essere cristiani? Non azzardo una risposta se non nella ricerca continua di una figura di credente che trovi nella rivelazione del mistero di Dio la sua luce e la sua forza. È una sfida di quelle che ti invogliano perché mentre la vivi ne scopri il senso.

Boffi don Giambattista
Direttore Centro Missionario Bergamo