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E noi ci siamo! Giornata missionaria dei ragazzi 2011

E noi ci siamo! Giornata missionaria dei ragazzi 2011

Ho conosciuto Pedro nel mio ultimo viaggio in Bolivia, ma il suo nome è fatto di tanti nomi. Ha 11 anni, potrei pensare che ne abbia 20, di certo passa i 59…anche il non avere età fa parte di questa esperienza. È stato letteralmente raccolto dalla strada. Sniffava colla, perché la coca è un bene di lusso per lui e poi l'alcool lo ha avuto in premio: uno in più disponibile a bruciarsi definitivamente la vita. Gli occhi conservano il dramma di incontri difficili e lo sguardo è ancora segnato della sfida, ma sta cercando di rifarsi la vita. Rifarsi la vita a 11 anni! Sì, perché la prima l'hanno portata via, senza ombra di dubbio, problemi e realtà più grandi di lui. Ecco perché Pedro ha un nome ed un'età che si perdono nel tempo, perché è segno di quanto è successo a molti altri come lui nello spazio della vita.
E vorrei che Pedro mi accompagnasse nel viaggio di questa "giornata missionaria dei ragazzi" per riscoprire quella dimensione educativa che richiama la responsabilità degli adulti, interroga l'impegno dello stato, coinvolge gli itinerari della comunità cristiana e, soprattutto, rende protagonisti i bambini ed i ragazzi riconoscendo loro lo spazio per costruire un futuro "diverso".
Il futuro ci appartiene già perché ogni giorno, sempre di più, creiamo le condizioni per la sua realizzazione. E questa consapevolezza nei più grandi, negli adulti, chiede uno sforzo di purificazione non indifferente. Sono i grandi che hanno creato false prospettive; hanno, mi auguro inconsapevolmente, svuotato di senso e fatica il riconoscimento dei valori; hanno creduto che avere tante cose fosse equivalente a vivere meglio. Potrebbero sembrare luoghi comuni quelli che stiamo percorrendo, lludendoci di buttare un pò di fumo negli occhi. Ma aver cancellato l'orizzonte dei sogni, con l'illusione del piacere, è un peccato dei grandi pagato dai piccoli. Così l'educazione diventa solamente un codice da evadere il più possibile per dimostrare di essere diventati grandi e tutto quello che ci circonda viene piegato a prospettive di interesse e di sfruttamento. Il cuore si riduce a coltivare un piccolo orto personale, incapace di dedicarsi al bene comune, ignaro di possibilità di incontro, impegnato ad essere sempre meglio dell'altro.
La responsabilità dei grandi va al di là delle parole, dei buoni propositi e dei consigli di chiunque.
Chiede una full immersion nel mistero della vita lasciando aperti spazi di dialogo, approfondimento e ricerca, proprio perché ne appaiano come ineludibili grandezza e limite, premesse a cogliere nel mistero Dio la ragione profonda dei propri giorni. Allora papà e mamma sapranno educare nel mistero di Dio che ha posto nella libertà di ciascuno il seme della speranza come capacità di vivere, di rispondere alla vita come vocazione, come dono e non come pretesa!
Il cammino è certamente faticoso perché, mentre guardiamo i piccoli che crescono non possiamo che interrogare continuamente la nostra vita: il mondo che metteremo nelle loro mani sarà capace di giustizia quando tra ricchi e poveri sempre più ampia è la forbice del quotidiano? Sarà un mondo più "vicino" quando le intolleranze si vestono di paura, violenza e morte? Sarà un mondo più libero quello che oggi schiavizza piccoli e deboli nella morsa dello sfruttamento, del denaro, della superficialità?
E poi, per me credente, la domanda piove sulla Chiesa.
Quella Chiesa che i grandi sembra non sentono di dover consegnare nella "tradizione" a quelli che verranno dopo, fermo restando che al Battesimo e alla Prima Comunione sono pochi quelli che scelgono di non approdare. È qualcosa di dovuto!
L'illusione è quella delle campagne a favore del crocefisso, oggi in modo più marcato in difesa della "fede" cristiana, attaccata dai fondamentalisti islamici, e delle sue radici in Europa, dimenticando forse che proprio l'Oriente vide il fiorire della predicazione apostolica e delle prime comunità di credenti. Allora gli slogan contro qualcuno e le affermazioni imbevute di ispirazioni partitiche non mancano facendo costantemente riferimento all'identità, alla difesa delle proprie origini, al baluardo ineccepibile delle proprie tradizioni. E tutto in forza del Vangelo, mettendo da parte quello che nel Vangelo è scritto e soprattutto vissuto.
Quella Chiesa che, continuiamo ad affermare, è missionaria!
Una dimensione impegnativa, che fatichiamo a credere faccia parte della nostra vita di credenti e siamo facili ridurre a qualche gesto di carità.
Un esempio in questa "giornata missionaria dei ragazzi" cade a fagiolo. Non me ne vogliano i ben pensanti ed i sostenitori delle adozioni a distanza, un argomento al quale mi accosto con rispetto e riconoscenza, ma che chiede di diventare serio luogo di riflessione nel prossimo futuro, non fosse altro per il pericolo che corre nelle mani di qualche approfittatore. Una gran bella cosa quella di prendersi a cuore qualcuno, il suo futuro e la sua vita, ma un grosso limite quello di "ridurre" il tutto ad un pò di emozione, qualche soldo, una fotografia e la letterina di ringraziamento dove è bello sentirsi chiamare "papà" da oltre oceano. Ci sono missionari che ostentano foto con i propri "assistiti" e che non si negano ad alcuna sfrontata forma pubblicitaria pur di raggiungere il fine, come se ogni mezzo fosse giustificato.
Un virus, che i più focosi oppositori chiamerebbero di "paternalismo", ma che io mi limito a indicare proprio come un limite a quella provvidenza di Dio che vuole: "che tutti gli uomini siano salvi".
L'adozione a distanza è un cammino. Bello sarebbe viverlo insieme con la famiglia, con la comunità parrocchiale, con le scelte di uno Stato. Bello sarebbe percorrerlo venendosi incontro partendo ciascuno dalla propria casa per incontrare un'altra casa. Questo vuol dire riconosce la dignità di ognuno, anche di quel papà che non riesce a mandare a scuola i propri figli, persino di quello che li ha abbandonati, magari dopo averli sfruttati e venduti. È la consapevolezza di una paternità e di una maternità che nessuno può supplire, ma che tutti possiamo accompagnare. Ed è strano notare come mentre rigurgitano proposte di un singolo da adottare pur in lontananza, non fanno specie i numeri della massa lasciata a sé stessa, non cambiano le nostre abitudini i lamenti impercepibili di chi la fame la conosce davvero come ultima spiaggia e sono migliaia e migliaia di piccoli uomini. Ma qui c'è in ballo il percorso educativo, quello alla sobrietà, all'essenzialità e, se vogliamo vederne l'aspetto positivo, quello di valorizzare quanto abbiamo, imparando a dire grazie e a goderne appieno.
Quando quel vescovo francese nel lontano 1800 si decise a chiedere ai bambini della sua diocesi un gesto di responsabilità per i bambini cinesi morti senza aver ricevuto il dono del Battesimo, mai avrebbe pensato di scatenare negli anni a venire, un movimento come quello dell' "Infanzia Missionaria", che più tardi il Papa fede sua chiamandola "Pontificia" proprio per garantirle davvero un respiro universale.
"I bambini aiutano i bambini" diceva con insistenza. Come? "Un soldo ed una preghiera".
Fantastico, nessun discorso teologico, nessun piano d'intervento, ma la spiritualità della preghiera e la concretezza della scelta dell'altro. Due facce della stessa medaglia, quella che rende la propria vita un segno di missionarietà, un luogo di testimonianza a Dio verso i fratelli. E la provocazione fu rivolta direttamente ai bambini. Che siamo loro più capaci di noi grandi in gesti di solidarietà? Non lo so, anche perché la risposta mi suonerebbe molto retorica, ma forse questi "bambini" sono quelli del Vangelo, quelli cioè che non sanno risparmiare in carità e non misurano testimonianza. Vivaci, intraprendenti, anche incoscienti, se è il caso, ma sempre aperti al Mistero di Dio. Penso che la proposta possa accalappiare anche noi. L'adozione a distanza era un pretesto proprio per arrivare qui, per mettere in gioco ancora una volta la presunzione di essere "grandi" e metterci nel cuore la voglia di essere bambini come nel Vangelo.
Non abbiamo proprio mai finito di lasciarci educare da Dio, che si serve di tutto e di tutti per ricordarci che ciascuno gioca la sua parte.
La "giornata missionaria dei ragazzi" è un dono prezioso. Ne parlino i preti, per dare ai Magi d'Oriente, oppure al momento solenne del Battesimo di Gesù al Giordano, le prossime due feste liturgiche, il sapore di una proposta bellissima, attraente, coinvolgente. Da Oriente vengono portando doni e cercando il Dono. Nel Giordano il Dono è consegnato all'uomo ed alla sua storia. Un itinerario di fede con i fiocchi, una possibilità di incontro che segna la vita.
Ne parlino papà e mamma, come sacerdoti della propria casa, come ministri di una carità educativa che si trasmette con il respiro, la passione, lo sguardo e la tenerezza. Un respiro di universalità che può dipingere colori di fraternità rispetto all'immigrazione ed al dialogo multiculturale.
Ed impariamo a parlarne indistintamente tutti noi. È un linguaggio alternativo, forse vincente, di sicuro dignitoso e positivo. Un linguaggio "cattolico".
E noi ci siamo, proprio camminando accanto a Pedro.
Adesso mi dà la mano e credo di aver conquistato anche la sua fiducia, perché azzarda un sorriso e poi si nasconde dietro di me. In fondo il suo cuore di bambino è rimasto tale, nome ed età non hanno importanza.
Vorrei che anche il mio ed il vostro cuore rimanessero così, per questo aspetto i Santi Magi, piuttosto che la Befana, anche se è una simpatica vecchietta.

don Giambattista        
direttore centro missionario