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Esperienza in missione: è una cosa seria!

Esperienza in missione: è una cosa seria!

Affascinante l'idea di un viaggio in missione. Un sogno accarezzato da tempo e preso al volo quando si affaccia l'occasione. Attese e fantasie si accavallano e la voglia di "partire" è sempre più forte. Qualche volta la presunzione è quella di "fare volontariato", come se in Africa mancasse proprio il pinco pallino di turno capace di risolvere i problemi e ristabilire la giustizia; altre volte il desiderio è quello di coltivare un'emozione, quella che ti potrà far dire agli amici: "Ho visto i poveri, ci sono davvero"; spesso c'è la ricerca, positivamente perseguita, di un mondo diverso, più "genuino", meno complesso e, soprattutto, "libero" perché, e lo dico ironicamente, la ricchezza appare come qualcosa che impoverisce ed è giusto liberarsene senza però perderla. Paradossale!
Se in ciascuno un pizzico di motivazioni di questo genere ci può essere, è comunque vero che la voglia di missione è "sana", non fosse altro perché nasce da una scelta, da una decisione alternativa che, se coltivata e approfondita, è capace di compiere davvero miracoli proprio su se stessi.
Ecco il primo luogo che la missione obbliga a toccare: se stessi. A chi mi confidasse di voler fare un viaggio in missione perché qui non si trova bene, non si realizza, nessuno lo capisce, consiglierei serenamente una bella vacanza sulla riviera romagnola, con l'opportunità della spiaggia, del divertimento e di alcune sane letture, perché quelli che noi chiamiamo "territori di missione" non sono isole felici, ma terreni intrisi di umanità e molto spesso di un'umanità sofferente, segnata da una mancanza di libertà riconducibile all'impossibilità di crescere culturalmente ed economicamente, schiacciata dal peso della precarietà e della fragilità della vita. La poesia fa alla svelta ad andare a quel paese e lasciare spazio allo sconforto: non è quello che ci si aspettava.
Quel se stessi che si trova in missione fa parte del gusto di essere uomini, di percepire i propri limiti e di scoprire l'altro come una possibilità. È vero che ci verrà incontro manifestando la sua diversità rispetto a noi, persino la lingua, i modi di fare e gli sguardi ci saranno stranieri, ma non quella profondità di umanità che sarà ragione di incontro e di rispetto. La scoperta di se stessi immerge in una missionarietà che non fa riferimento a latitudini e longitudini, ma impara ad abitare ovunque con il cuore del viaggiatore e la sapienza di chi si lascia afferrare da ogni desiderio di bene.
Questo è il secondo luogo della missione: il bene.
Se mettendoci per strada abbiamo già calcolato i rischi e gli imprevisti è meglio appendere il chiodo alla prima locanda a buon mercato, quella dove prevalgono i luoghi comuni, le risposte preconfezionate, le agevolazioni e persino i pregiudizi.
Il sentiero che porta in missione è tempestato di bene, è avvolto, negli scorci della foresta e nelle periferie delle megalopoli, dalla silenziosa collaborazione della natura, dalla laboriosa produttività dell'uomo, dalla tenace caparbietà delle donne e, sempre, dal gioco dei bambini. Sì, tutto il mondo è paese ed il cuore del paese non può che essere positivo, non può che essere vivo. Chi parte per incontrare la missione deve portare con sé il suo bagaglio di bene altrimenti non riuscirà a vedere se non buio, desolazione e povertà. Ma se gli occhi custodiscono il bene allora non sarà difficile cogliere gesti di squisita solidarietà, parole inenarrabili intrise di ospitalità e l'attesa, tanta, intensa, generosa di amicizia e di fraternità. La missione porta alla luce tutto ciò che è bene e si impegna a dargli un nome, una storia, un presente ed un futuro, una consistenza capace di interrogare e, molto spesso, convertire la vita.
Il terzo luogo della missione è proprio la vita. Se uno non vuole vivere, la missione non fa per lui. Chi ci parla di vita è il missionario o la missionaria che ci accoglie sull'uscio di casa.
Perché sei qui? Chi te lo fa fare? Come fai a resistere? La domanda nasce spontanea in chi visita la missione e troverà la sua risposta, lentamente e rispettosamente, proprio perché è la stessa domanda che la gente del villaggio e della comunità pone ai suoi missionari.
Sarà il sorriso, la stretta di mano, la fronte corrucciata nell'ascolto, l'emozione del momento, il gesto del saluto, la fatica del cammino a rendere ragione di ogni risposta. Il segreto di ogni missionario è proprio in quella quantità di amore alla vita che riversa ogni mattina nel cesto delle sue azioni. Non è importante che cambi il mondo, che risolva i problemi internazionali, che stabilisca nuovi tipi di relazione economica, e neppure che riesca a dare alla sua gente un posizione migliore, ma è assolutamente indispensabile che lasci percepire la grandezza affidata ad ogni vita umana nella possibilità di disegnare un orizzonte eterno.
E proprio in questo luogo, infine, vuole condurci la missione con tutte le sue forze: il mistero di Dio.
"Vado ad incontrare la missione per conoscere di più il mistero di Dio": questa è una motivazione accettabile ed un buon punto di partenza. Se le motivazioni sono altre, se non si riesce a far affiorare questa convinzione è bene, con tutto il rispetto, orientare altrove le proprie attenzioni. Oppure aspettare tempi migliori.
Sì, perché proprio il mistero di Dio rende vero ogni impegno missionario. Capiamoci bene. Andare nel sud del mondo, nei paesi di missione per un viaggio, magari con l'idea di fare qualcosa di buono, è sicuramente un obiettivo simpatico, positivo, vorrei persino dire arricchente. Il "come andare" fa la differenza. E penso che qui ciascuno possa fare le sue considerazioni.
L'impegno missionario, quello da cui è nato il termine stesso, è proprio dell'uomo di Dio, del cristiano viaggiatore che, munito di bastone e bisaccia, oggi anche con la comodità dell'aereo, si abbandona a terre lontane dove Dio stesso lo ha già preceduto. Ecco perché ha bisogno di se stesso, di portare con se il bene e di stimare l'immenso valore della vita: Dio gli apparirà ovunque. E non saranno apparizioni miracolistiche e devozionali, che lasciano il tempo che trovano, ma avranno la consistenza di relazioni di fraternità, di amicizia, di comunione. Saranno esperienza di fede, possibilità certa di cambiare il mondo cominciando da se stessi. Questa è l'esperienza in missione, tutto il resto chincaglieria con il marchio contraffatto della carità.
Dimenticavo: buon viaggio!


don Giambattista Boffi
direttore centro missionario