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L'anno sacerdotale e la missione

L'anno sacerdotale e la missione

In un contesto di convivialità, senza paura di fraintendimenti, un vescovo apre il suo cuore: "Alla metà degli anni settanta, con tre altri giovani preti, ero andato dal vescovo per dare la disponibilità a partire per la missione.
Ci ha tenuti in sospeso per molto tempo, poi ci ha risposto che non se la sentiva di privare la diocesi di forze nuove, anche perché prevedeva che presto anche il nostro paese sarebbe diventato terra di missione.
Ora che ho la responsabilità di questa diocesi e vorrei mandare qualche giovane a fare quello che io sognavo di poter fare, vedo che la mia proposta cade nel vuoto.
Non impongo nulla a nessuno. Anche perché mi accorgo che i giovani preti sono fragili, sono dipendenti dal gruppetto d'amici e invece di essere orientati verso la missione, sono più propensi a curare la liturgia, le cerimonie, le processioni, con bei piviali e tanto incenso".

Mentre il vescovo parla, mi viene in mente il cardinale Pietro Pavan che era solito anticipare i tempi, con spirito profetico o, come egli più modestamente diceva, usando il buon senso: "Quando nel mondo piove, anche in convento pioviggina". Quanto capita nel mondo secolare, si riversa anche nel mondo ecclesiastico.

I preti giovani sono fragili? Tutto ciò che è fragile è prezioso.<br/
Frequentano sempre le stesse amicizie? Questo deve preoccupare se gli amici non sono validi e se, anziché aiutarli a fare analisi, diventano una cortina fumogena che impedisce loro di vedere la realtà.

Sono affascinati dalla liturgia? Qualcuno senz'altro esagera, ma questo non è altro che il risultato di una reazione ad un cristianesimo che aveva preso, per molti, una dimensione unicamente sociale: perciò se la nuova generazione ama stare nella casa del Signore – con o senza piviale – ben venga, nell'attesa che la prossima generazione di preti torni all'armonia tra l'umano e il divino.

Non vogliono partire in missione? Qui il problema si presta a varie interpretazioni.
Innanzitutto, senza fare tante analisi, i preti giovani probabilmente hanno percepito la difficoltà del reinserimento dei "Fidei donum" nella loro diocesi, dopo i dieci – quindici anni di permanenza all'estero. Forse essi non sanno che negli ultimi anni la situazione è notevolmente cambiata: i nostri vescovi sono stati a visitare i loro preti nelle diocesi delle giovani Chiese, hanno parlato con i vescovi autoctoni, si sono resi conto di persona delle difficoltà di reggere diocesi grandi come l'Italia con solo una ventina di preti diocesani e un piccolo numero di religiosi ( che, come tali, sono alla dipendenza dei loro superiori e non del vescovo diocesano).
Basti citare un'esperienza che ho vissuto in Brasile: a Manaus, il vescovo Moaçir Greçi, con circa un milione e mezzo di cattolici, aveva diciassette preti diocesani e una ventina di preti religiosi.
Grazie a Dio aveva delle stupende suore e ottimi catechisti che si prendevano a volte la responsabilità di fare ciò che assolutamente non avrebbero dovuto fare, come assolvere e dare l'unzione degli infermi…

I vescovi italiani sono maturati nella coscienza di dover aiutare tutte le Chiese, per creare quella comunione e unità per la quale tanto pregò Cristo, specialmente durante l'ultima cena.
Sono generosi nel proporre ai preti di aprirsi alla missione ad gentes. Ma non trovano risposte positive. Forse anche perché nei preti diocesani si è diffusa l'impressione che, non di raro, chi ritorna fa fatica a reinserirsi, prova un senso di inutilità nel mantenere un sistema che reputa troppo clericale.
Ha l'impressione di essere solamente un numero e di occupare un posto in cui è difficile sentirsi prete, uomo di Dio, uomo della festa. È più facile sentirsi un povero impiegato, chiamato a celebrare un rito che deve essere vissuto in fretta e con una omelia indolore, e soprattutto deve essere disposto a consolare quei dolenti che, pur non conoscendo, si aspettano un appropriato elogio funebre, da lui, l'uomo dei funerali.

Là, nell'America Latina e in Africa, la celebrazione eucaristica si protrae fino alla tre ore, con canti, danze, preghiere spontanee, prolungati atti penitenziali, e soprattutto con la partecipazione di tantissimi giovani.
A volte solo giovani, in competizione nel cantare con i diversi cori della parrocchia. Eccessivo folclorismo? Forse. Ma chi nega che sia umanamente gratificante – anche se noi non dovremmo lavorare per le gratificazioni – celebrare l'eucaristia con oltre cinquecento giovani, in confronto a certe eucaristie durante le quali, a fatica, si scorgono cinque giovani?
E c'è quindi da meravigliarsi se chi rientra in patria esplicitamente dica che tornerebbe anche in ginocchio in terra di missione?

Tutto ciò è ben percepito dai giovani preti che, candidamente, ammettono di non sentirsi disposti a fare un'esperienza per la quale reputano di non avere una specifica vocazione e una preparazione adeguata, sia nel campo delle lingue, sia nel campo culturale.

Se questa è la situazione, come considerarla in senso positivo, cercando di leggere i segni dei tempi con lo spirito che aveva portato – cinquanta anni fa - Pio XII a scrivere l'enciclica "Fidei donum" e con quella determinazione che aveva indotto Giovanni XXIII a stigmatizzare i "profeti di sventura", nel famoso discorso d'inaugurazione del Concilio Vaticano II?
Limitiamo il discorso a due problemi: è opportuno fissare un tempo determinato di permanenza in terra di missione?
Anziché partire da giovani, non sarebbe meglio posporre la partenza dopo i cinquanta anni e terminare la vita in terra di missione?
Chi scrive ha lasciato la diocesi a ventisette anni e, arrivato a sessanta quattro, è ancora in giro per il mondo: quattordici anni fisso in tre seminari, poi professore visitatore in oltre trenta stati, prevalentemente Africani.
L'arcivescovo Gaddi, quando gli avevo chiesto di lasciarmi onorare l'enciclica "Fidei donum", mi aveva dato un preciso consiglio, dopo avermi detto che lui in Africa non sarebbe andato neanche morto: "Se proprio vuoi andare, non tornare più in diocesi".
Da quando si espresse in questo modo, sono passati circa quaranta anni. Molte cose sono cambiate. Ma furono eccessive quelle parole? Io sono contento d'averlo ascoltato.

Nel convegno in commemorazione dei cinquanta anni dalla pubblicazione dell'enciclica "Fidei donum" è stato ribadita la linea di una partenza per un tempo determinato.
In dieci anni un prete riesce a dare il meglio di sé, dilata gli orizzonti della sua fede, si arricchisce della povertà che caratterizza quei popoli spesso impoveriti dalle scelte dei paesi industrializzati.
Sostanzialmente è stato messo bene in rilievo che quella esperienza fa bene innanzitutto al prete che, mentre testimonia la sua fede, arricchisce il suo patrimonio culturale, spirituale e religioso. Idea bene messa in evidenza da Benedetto XVI: " Siamo tutti missionari, siamo tutti coinvolti, anche se in modi diversi, nell'annuncio del Vangelo.
L'esperienza missionaria lascia un segno indelebile in chi la compie e contribuisce, al tempo stesso, ad alimentare quella comunione ecclesiale che fa sentire tutti i battezzati membri dell'unica Chiesa, Corpo mistico di Cristo.
Lo scambio di doni tra Comunità ecclesiali di antica e di recente fondazione ha costituito un arricchimento reciproco e ha favorito la crescita della coscienza di essere tutti 'missionari', tutti cioè coinvolti, sia pure in modi diversi, nell'annuncio e nella testimonianza del Vangelo".

Il tempo determinato, quindi, sembra essere la linea dominate della CEI. Ci possono essere lodevoli eccezioni, ratificate dal vescovo inviante e dalla diocesi che accoglie il "Fidei donum".

Partire da giovani? Non saprò mai quanti errori possa aver fatto nel primo grande seminario che mi accolse (in Nigeria, con oltre duecento studenti di filosofia e più di trecento in teologia).
So che pregavo tanto, spendevo ore e ore notturne a studiare, ero aiutato da un rettore del Biafra – reso forte ed essenziale dall' immenso dolore della lunga guerra fratricida del suo paese natale - esigentissimo, con una formazione preconciliare, ma con un cuore grande come il mare. Forse anche di me i seminaristi avranno detto: "Molto gli è perdonato, perché molto cerca di amare".

In base a questa esperienza non esiterei a consigliare la partenza a chi, giovane, è disposto a lasciarsi aiutare, ha il gusto di pregare, cosciente che si diventa missionari in ginocchio ed è libero dalla presunzione d'essere migliore degli altri. Ma, visto che i giovani fanno fatica a partire, perché non confidare nei preti che, raggiunta una certa maturità, hanno scoperto quello che c'è di essenziale nel ministero ordinato: essere l'uomo di Dio, l'uomo della festa, l'uomo che garantisce il perdono e celebra l'eucaristia?

Essere il ministro di riconciliazione e celebrante di quel sublime rito che permette al popolo cristiano di sentirsi Chiesa è un privilegio che una persona matura può concedere a se stessa, mentre dona alla comunità prive di preti la gioia di avere ciò di cui massimamente abbisogna per la salvezza.
Che questo sia l'essenziale è dimostrato e facilitato anche dal fatto che, tanto nell'America latina, quanto in Africa, non manca il laicato ben disposto e contento di offrire il proprio contributo nel sovvenire a tutte le necessità delle piccole e grandi comunità cristiane.

Partire, quindi. E scacciare la tentazione di ricorrere a preti stranieri per reggere piccolissime comunità italiane, unicamente perché i nostri fedeli esigono la celebrazione domenicale fuori casa, non accettano di spostarsi nella parrocchia vicina, non si rassegnano ad essere senza parroco, anche se questo è lì a fare poco, non conosce lingua e cultura, e porta un modello di Chiesa lontana dal sentire comune della presente generazione.
Perché invitarlo a venire in Italia, anche se qui, spesso, sta male e priva altre parti del mondo della sua preziosa collaborazione? Non abbiamo circa quattro miliardi di persone che ancora non conoscono Cristo?

Abbiamo ora in Italia circa mille e cinquecento preti stranieri inseriti nel sistema del sostentamento del clero. Fossero rifugiati politici o qui da noi, temporaneamente, per motivi di studio, si potrebbe accettare la situazione.
Ma mandarli in piccole parrocchie sulle Alpi o sugli Appennini non è eccessivo? Non è uno spreco di potenzialità? Non è privare altre diocesi veramente povere di clero di una presenza tanto utile per creare la comunione delle Chiese?

Chiedo scusa se queste riflessioni o provocazioni sono esse pure eccessive o possono urtare sensibilità di santi preti che già soffrono perché reputano che in Italia ci sia scarsità di vocazioni. Sarei contento di essere smentito, contestato e corretto.
Ho messo un sassolino nella scarpa mia e in quella dell'eventuale lettore. Chi ci aiuta a levarlo?

Don Valentino Salvoldi