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Missione per la comunione

Dalla logica della collaborazione a quella della corresponsabilità

La missione è affascinante.
Non saremmo qui, non ci perderemmo tempo.
Forse abbiamo provato, comunque ce ne hanno parlato.
La missione è un “racconto”, un racconto vivo che ha l’intensità dell’incarnazione. Un racconto vero, fatto di carne e ossa, passioni e speranze, conquiste e sconfitte.

Come definire la missione?
In questo caso la prassi precede la riflessione, il pensiero.
“Di questo voi mi sarete testimoni”: la teologia della missione è un racconto. Gli Atti degli Apostoli sono il racconto della missione, l’esperienza della Chiesa apostoliche e poi delle prime comunità cristiane originate dalla consapevolezza della missione.
La teologia della missione assume colto e consistenza nella prassi missionaria. Ed è rilevando la criticità che fa passi in avanti, scopre così nuovi sentieri, prospettive, profondità.
La missione, proprio come in una pillola, annuncio e vita. (cfr. Evangelii Nuntiandi, esortazione apostolica post sinodale di cui ricordiamo il 40° di promulgazione).
Noi leggiamo, allora, la missione dalla prospettiva della prassi, è più bergamasca!

Da dove nasce la missione?
“In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme, tutti, ad eccezione degli Apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria”.(Atti 8,1)
La missione è nata dalla persecuzione.
A dirci che missione e persecuzione cammineranno sempre insieme, anche nei momenti che possono sembraci più “positivi” per il cristianesimo, nei momenti di riconoscimento sociale e politico, è la persecuzione ha ricondurci alla verità della missione.
E la sua forza, il segreto della comunità cristiana?
Atti 1: “Avrete forza dallo Spirito Santo”.
E poi, la comunità cristiana si radunava nelle case, domus eccelsiae. Di casa in casa…di generazione in generazione.
La forza stessa di Dio e la “quotidianità” della casa sono due segreti essenziali della missione.
Valgono anche per oggi?
Sono una provocazione alla pastorale?

Che cosa è successo nel tempo?
La prassi ha preso il sopravvento: abbiamo pensato che la missione fosse migliorare qualcosa, portare il progresso, che alla fine identifichiamo con il benessere…insegnare a qualcuno che non sa.
Colonialismo è una parola “grossa”, comunque va a coincidere, nel bene e nel malo, con l’espansione missionaria.
Spagna, Portogallo, Olanda. Belgio, Francia…le colonie diventano luogo di cristianizzazione.
L’idea che “ci sta sotto”: “veniamo noi e ti facciamo vedere…ti insegniamo noi come fare…sosteniamo noi i tuoi bambini, tu non ci riesci…”
Certo che c’è un po’ di bene anche in questo, al meglio questo diventa collaborazione.
Voglio sottolineare un’attenzione molto positiva: quella che a Puebla, nel 1979, si definirà come. “opzione preferenziale per i poveri”.

“Per la chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica”. (EG198)
“La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere”. (EG202)
Nel tempo, ci siamo lasciati “prendere la mano” e lasciato spazio a assistenzialismo, paternalismo, emozionalismo, pietismo…solidarietà!

Ecco il passaggio alla corresponsabilità.
Faccio riferimento al Battesimo perché ci accomuna tutti e non si può dire: “Roba da preti, da suore, da gente che non ha altro da fare…”.
Il Battesimo ci manda ad evangelizzare, ad evangelizzare i poveri.
Cristo ci ha fatti “Cristi”, cioè consacrati e ci ha resi suoi apostoli, missionari!
Riprendiamo allora queste tre segmenti della nostra carta d’identità: mandati per evangelizzare i poveri.

MANDATI.
La missione non è autodestinazione.
Non possiamo andare in missione per soddisfare la nostra ansia di prestazione, per una nostra iniziativa, per contro nostro, ma per “conto-terzi”: la Santissima Trinità.
Non c’è neppure la costrizione, non è un’imposizione.
Accogliere una proposta per andare, anche quando si tratta di un semplice viaggio di incontro o si va per fare qualcosa. Non andiamo con l’arroganza di essere protagonisti, piuttosto con la convinzione di rispondere ad una proposta interessante e che può: “cambiarci la vita”.
Nessuna autoreferenzialità, ma la partecipazione (corresponsabilità) ad una comunità, ad una comunione.

EVANGELIZZARE
E’ il tempo della semina, il tempo dell’annuncio dell’essenziale del Vangelo.
E l’essenziale non è ideologia, ma è incontro con una persona: Gesù Cristo.
Tutto quello che facciamo in missione è in questa prospettiva.
Non fare del bene, ma il bene!
Questa è la nostra conversione alla corresponsabilità. Credo che qui la “vocazione” del laico sia davvero eccezionale, un’energia nucleare della Chiesa, del mondo.
Un laico raggiunto dal Vangelo, vivendo accanto agli altri, può contagiare altri due, questi altri quattro e via di seguito in scala esperienziale, proprio come nella fissione nucleare.
Pensate che ricchezza c’è tra noi!

POVERI
Cosa significa evangelizzare i poveri?
Significa amare i poveri: amare Cristo in loro e loro in Cristo.
Amare significa rispettarli e riconoscere la loro dignità. Significa chiedere ad essi perdono per non riuscire ad andare loro incontro veramente e con gioia; e chiedere perdono per le distanze che nonostante tutto manteniamo tra noi e loro.
Significa anche soccorrere i poveri, ma anche farsi poveri. (Essenzialità, sobrietà, semplicità…)
Significa anche lasciarsi evangelizzare dai poveri, ma come?
Vi confesso che non ho trovato una risposta esaustiva, credo ci aiuti la prassi, l’incontro con la missione ci educa alla corresponsabilità. Indispensabile continuare a cercare e lasciarsi provocare da quella povertà che ci cammina accanto e facciamo fatica a percepire, forse talvolta non vorremmo neppure scorgere.

Ecco, cosa vuol dire allora corresponsabilità?

Mettiamo davanti al cuore e al nostro desiderio di missione, a quel fascino che ci accalappia e coinvolge, qualcosa che intrecci pensiero e prassi, e maturi in noi una “corresponsabilità” sempre in costruzione:
- siamo sullo stesso piano. Dialogo e non scontro o pregiudizio tra le culture. Dialogo rispettoso. Capacità di ascolto, nel rispetto dei tempi e delle convinzioni, nella ricerca del bene condiviso;
- abbiamo le stesse responsabilità, cresce così la consapevolezza. Non c’è alcun previlegio dovuto alla disponibilità economica e di strumenti, siamo uguali;
- importanza della passione universale delle comunità e dei singoli. Il localismo elimina la passione missionaria per mancanza di pensiero e di visioni. Vive di superficialità ed egoismo;
- le scelte di ciascuno, anche quelle più quotidiane, hanno una loro influenza sul mondo. Molto di più le scelte politiche ed economiche che “condizionano” alla fine l’antropologia insinuando nella cultura disvalori e ingiustizie;
- l’assoluta gratuità del servizio, sempre, anche psicologica…nello spirito del Vangelo;
- andare incontro all’altro;
- le “strutture di peccato” che impediscono la corresponsabilità e la partecipazione comunitaria. La partecipazione politica è missionaria;
- la relazione di “vicinato” è il risultato del nostro impegno. Cartina di tornasole di tante “pseudo-missionarietà” è l’esperienza dell’immigrazione die popoli, il dramma dei profughi e rifugiati di guerra.

Ecco, la corresponsabilità è un sogno vero, concreto che non può prescindere dal senso di Dio.
Il senso di Dio è ragione della missione: ti ho incontrato Signore, non posso che condividerti con altri nella storia concreta dei popoli.

Boffi don Giambattista
Direttore Centro Missionario Bergamo