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Parole, soltanto parole?

Parole, soltanto parole?

Approccio ai documenti della Chiesa sulla missionarietà.
La missione precede la teologia: un tormentone.
La promozione umana che fa manbassa: business non indifferente.
L'eroica vocazione missionaria che sembra venir meno…così fan tutti!

Giovanni Paolo II chiede alla Chiesa nell'anno giubilare la "purificazione della memoria" per assumere una rinnovata coscienza evangelica anche nella dimensione missionaria. "Al termine del secondo millennio della sua venuta uno sguardo d'insieme all'umanità dimostra che tale missione è ancora agli inizi e che dobbiamo impegnarci con tutte le forze al suo servizio" (RM introduzione)

Missionarietà, missioni, parrocchia missionaria, pastorale missionaria…quando tutto è missione, niente corre il rischio di essere missione davvero!

Non è avara la chiesa di riflessioni, documenti, pronunciamenti, strategie… Ma…tutto questo non fa la missione!

La missione precede la teologia…

e se non c'è, ne svela la debolezza! "L'urgenza della missione nasce dall'interno, e la stessa convinzione che Cristo è atteso da ogni uomo è colta a partire dalla propria esperienza di incontro con lui. È questa la risposta al "perché" della missione. La riflessione teologica chiarisce e rende rigorosa questa spinta interiore, ma non basterebbe in nessun modo da sola a suscitarla. Indugiare troppo sul "perché" della missione può essere un segno della debolezza della nostra fede. Non si abbia paura di questa forte accentuazione della centralità di Cristo… Al contrario, più l'incontro con Cristo è profondo, chiaro, irrinunciabile, più il cristiano sa vedere i segni della sua attesa nel mondo, le tracce della sua presenza e della sua azione, i punti dell'incontro". (CEI, L'amore di Cristo ci sospinge 4).
L'esperienza dimostra che la prassi precede la riflessione.
Nel Vangelo di Luca troviamo una pagina squisitamente missionaria dove questo è più che evidente: Luca 10,29-37
Il "buon samaritano" è paradigma di missionarietà.
"Và e anche tu fa lo stesso": questo invito apre alla missionarietà.
La parabola è inserita tra il "grande comandamento" e l'accoglienza di Marta e Maria verso il Maestro nella loro casa.
Questo ribadisce il fatto che: "È lo Spirito il protagonista della missione. Egli la suscita e la guida. Il fuoco della missione si accende quando lo Spirito ci trascina fuori da Gerusalemme ("Un uomo scendeva da Gerusalemme e Gerico…"), fino ai confini del mondo (Atti 1,8). Lo Spirito opera due miracoli assolutamente necessari per la missione: trasforma il discepolo in missionario (l'azione dello Spirito è sempre dal chiuso all'aperto, dal particolare all'universale) e attualizza l'evento storico di Gesù (accaduto in un tempo e in un luogo), rendendolo disponibile per ogni tempo ed ogni luogo. Se l'incontro con il Signore Gesù Cristo è decisivo perché la missionarietà attecchisca nel cuore di ciascuno di noi e nelle nostre comunità, questo è perché in lui si manifestano l'amore e la misericordia come tratto essenziale del volto di Dio, vero e autentico Padre". (CEI, L'amore di Cristo ci sospinge 4)

"La testimonianza della vita cristiana è la prima ed insostituibile forma della missione: Cristo, di cui noi continuiamo la missione, è il testimone per eccellenza (Ap. 1,5; 3,14) ed il modello della testimonianza cristiana. Lo Spirito Santo accompagna il cammino della chiesa e l'associa alla testimonianza che egli rende a Cristo (cf. Gv 15,26-27)". (RM 42)

Prassi e riflessione si illuminano vicendevolmente.

La promozione umana che fa manbassa…

È il dramma della povertà che la fa da padrone. "A cosa serve Gesù Cristo se non ho da mangiare, non mi riempie la pancia?" E poi il mondo va da tutt'altra parte…

"La missio ad gentes si svolge ancor oggi, per gran parte, in quelle regioni del sud del mondo, dove è più urgente l'azione per lo sviluppo integrale e la liberazione da ogni oppressione. La chiesa ha sempre saputo suscitare, nelle popolazioni che ha evangelizzato, la spinta verso il progresso, ed oggi i missionari, più che in passato, sono riconosciuti anche come promotori di sviluppo da governi e esperti internazionali, i quali restano ammirati del fatto che si ottengano notevoli risultati con scarsi mezzi" (RM 58).

"Ma lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. È l'uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica. " (RM 58)

"Lo sviluppo dell'uomo viene da Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio, e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell'uomo c'è una stretta connessione." (RM 59)

"Ma una delle ragioni più gravi dello scarso interesse per l'impegno missionario è la mentalità indifferentista, largamente diffusa, purtroppo, anche tra i cristiani, spesso radicata in visioni teologiche non corrette ed improntata ad un relativismo religioso che porta a ritenere che 'una religione vale l'altra". (RM 36)

Fin qui alcuni documenti della chiesa…

Poi si incontra tutta la "prassi" legata alla raccolta fondi, alle iniziative più diverse, all'impegno gratuito ed entusiasta di centinaia e centinaia di persone. Parole come: sviluppo, progresso, dignità di vita… diventano usuali e vengono smerciate a buon mercato anche da persone competenti e preparate. P. Louis Lebret, uno dei maestri ispiratori dell'enciclica Popolorum progressio, una sera, mentre era a cena con politici, banchieri ed imprenditori, chiese loro una definizione dello sviluppo. Le risposte spaziarono dal reddito procapite al numero dei letti negli ospedali, dai chilometri di strada asfaltata per abitante, v al capitale investito in infrastrutture. Dopo averli ascoltati, Lebret replicò: "Sviluppo è garantire la felicità delle persone. Pensateci bene prima di spendere i soldi in strade ed infrastrutture".

Rivolgere l'attenzione alla persona, al rispetto dei suoi diritti, della sua "spiritualità"…questo l'impegno, altrimenti anche la solidarietà verso i poveri diventa un business.

La scommessa della globalizzazione…non possiamo sottrarci a questo confronto, anche dal punto di vista del nostro impegno missionario e della pastorale missionaria da vivere nelle comunità parrocchiali. È importante riflettere sulla globalizzazione e domandarsi: "Che cos'è mai questa benedetta globalizzazione?" Mondializzazione e internazionalizzazione sono due concetti simili ma diversi: la globalizzazione è un fenomeno, che ci ha messo di fronte ad una nuova realtà. Il 1492, anno di scoperta dell'America ed il 1519, anno della prima circumnavigazione della Terra, sono due date importanti parlando di globalizzazione. Segnano il primo nucleo importante di mondializzazione dell'economia attraverso il commercio triangolare (madrepatria, colonia, mercato europeo) ed il primo allargamento significativo dell'economia mondiale. L'Europa guida questo processo per i propri interessi ed i propri scopi. Ecco la polarizzazione che l'Europa esercita rispetto a manodopera, prodotti minerari ed agricoli, che prende in altri paesi e commercia per il proprio interesse. È chiaro che le altre aree del mondo entrano in questo gioco in posizione subalterna. Dopo la seconda guerra mondiale, due grandi rivoluzioni di tipo scientifico-tecnologico portano alla globalizzazione:
- la rivoluzione dei trasposti, che fa diventare la distanza materiale un fatto relativo, permette cioè il superamento dello spazio;
- la rivoluzione delle telecomunicazioni, delle trasmissioni in contemporanea, che polverizzano il concetto di tempo per cui esso diventa un fatto relativo.
Il problema è che questo movimento è stato assorbito dall'economia a scapito di qualsiasi altra istanza sociale, antropologica. Barman definisce la globalizzazione come: "compressione dello spazio e del tempo".
Le conseguenze non sono poche e, comunque, cambiano inesorabilmente la nostra vita. Eccone alcune:
1. un'esasperazione degli estremi della povertà e della ricchezza a livello mondiale. I paesi del sud del mondo si rendono sempre più conto che la loro povertà è frutto e non conseguenza di questa economia.
2. I ricchi non solo consumano, ma si preoccupano di mandare in onda le immagini del loro banchetto! Considerano inutili le persone che non sono in grado di produrre, né di consumare, e questi sono 1 miliardo e 500 milioni di persone! 800 milioni di persone non riescono a mangiare quando altrove ci sono problemi di obesità, 24000 bambini muoiono ogni giorno. Il 20 per cento della popolazione mondiale consuma l'80 per cento delle ricchezze, mentre l'80 per cento si accontenta delle briciole e da un punto di vista economico è considerato inutile.
3. Non possiamo dimenticare gli effetti ambientali di questo modello di sviluppo basato sul consumo infinito: possiamo allargare questo nostro modello si sviluppo e con quali conseguenze? Il problema dell'acqua, ad esempio, che è una risorsa limitata, diventerà davvero serio nel nostro futuro prossimo: gli esperti dicono che le guerre in futuro saranno guerre per l'acqua. Già ora, infatti, ci sono conflitti tra Egitto e Sudan per il controllo delle fonti del Nilo.
4. Con le sue logiche, che privilegiano la massima del profitto, l'allargamento del mercato rischia di avere effetti di ritorno anche sulla nostra società dell'opulenza. Non si può parlare più di nord e sud, siamo nella stessa barca, ce lo dimostra l'attuale crisi economica. Chi paga di più sono certamente i già poveri.
5. Il fenomeno dell'immigrazione : è una spia di come siano falsati i rapporti a livello economico e geo-politico nel nostro mondo.

Una scommessa…

Possiamo cambiare nella misura in cui usciamo dal letargo. I poveri nella loro disperazione stanno cercando di creare circuiti alternativi di distribuzione, di commercio, al di fuori dell'economia ufficiale.
Ci insegnano:
- che non sono passivi, ma diventano attivi nella misura in cui li riconosciamo soggetti e non oggetti, non semplici destinatari;
- che l'economia per sua definizione (dal greco oikos e nomos) deve occuparsi delle cose della casa, cioè cibo, acqua, salute, scuola…
- quest'economia ha recuperato la valenza dei valori persi dall'economia tradizionale: la valenza delle relazioni sociali, antropologiche, culturali per le quali non conta solo il profitto.
Bisogna iniziare a lavorare con i poveri e non più per i poveri

L'eroica vocazione missionaria che sembra venir meno…

Ma ne vale la pena? Una vita intera dedicata al Vangelo: lasciare la propria casa, la propria cultura, il proprio stile di vita per andare…a fare?

Il missionario nell'immaginario collettivo…
oggi: un illuso, un uomo d'altri tempi…

Chi è il missionario?
È un esperienza di ricerca da condividere oggi più che mai quella di dare un volto all'esperienza missionaria in un contesto come il nostro, nella vita di chiesa che le nostre comunità cercano di vivere, nell'esperienza pastorale che viviamo. Un capolavoro è l'VIII° capitolo della Redemptoris missio, perché tratteggia nella dimensione della santità il volto specifico ed unico del missionario. "Non basta rinnovare i metodi pastorali, né organizzare e coordinare meglio le forze ecclesiali, né esplorare con maggior acutezza le basi bibliche e teologiche della fede: occorre suscitare un nuovo 'ardore di santità' fra i missionari ed in tutta la comunità cristiana, in particolare fra coloro che sono i più stretti collaboratori dei missionari" (RM.90)

È necessario sottolineare l'imprescindibile necessità del missionario ad gentes e ad vitam come segno di una chiesa che cammina per il mondo fedele al mandato del suo Signore: Matteo 28,16-19.