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Un imbarazzante augurio di Natale

Un imbarazzante augurio di Natale

Il fascino è irresistibile, tanto da commuovere anche i più arcigni. Un pò più buoni ci si sforza di esserlo tutti, anche se sembrano cose d'altri tempi. Non mancano poesia ed atmosfera, auguri e sorrisi, anche solo di circostanza quando si moltiplicano cene augurali. E tutto questo corre il rischio di essere Natale!
Azzarderei dire: un'interpretazione riduttiva del Natale.
Qualcuno pensa che non valga la pena andare tanto per il sottile, ma personalmente l'augurio di Natale, quello ricevuto per strada o quello maturato in un contesto più ufficiale, mi suona talvolta imbarazzante.
"Buon Natale": che cosa vuol dire? Forse preferirei sentirmi dire: "Buone feste", è meno scomodo e, sicuramente, meno coinvolgente.
Scagliarsi contro i consumi e prendersela con luci e sprechi, mi sembra inutile, mentre mi incuriosisce ed interroga quel "filo rosso" che ci consegna ogni anno il Natale…nonostante tutto!
Quando ero piccolo il presepe era un rito. Era opera del papà. Noi stavamo a guardare, al massimo potevamo discutere su come mettere le pecorelle. Poi è diventato giurisdizione mia, mio fratello si considerava ormai grande. Adesso, assillato dalla fretta, lascio correre i giorni ripetendomi che il presepe è da preparare e mi piacerebbe farlo per tempo.
Il presepe è il segno del Natale. Quel bimbo deposto sulla paglia l'indiscusso protagonista. Poi ci puoi mettere pastori, re magi, persino il castello di Erode, senza dimenticare Maria e Giuseppe, ma quel bimbo rimane, per sempre, l'unica ragione di tutto il resto.
E quel bimbo non cambia. Rimane un bimbo. Si conferma indispensabile. Il suo è un ruolo insostituibile. Il tempo e la storia non sono più gli stessi. È nata la missione. Nasce da un bimbo perché è provocazione alla vita.
La vita è un dono grande, ma immensamente fragile. Basta un nulla per ridurla ad uno straccio, buttarla via, bruciarla. La vita è un capolavoro, un intreccio di sentimento e passione, ragione e ricerca, esperienza e sogno. È un progetto, un mistero.
Questo camminare di Dio attraverso la storia degli uomini fa i conti con la vita.
Di certo è un gesto di grande fiducia. Lui, Dio, che avrebbe potuto stupirci con effetti speciali, trascendere completamente la nostra volontà e le nostre forze, ha scelto la strada dell'umanità. La strada del dono, dove nulla è dovuto, ma tutto è gratuito.
Ecco perché la missione è umanizzante. Non sboccia da pretese di assolutezza, non si illude di risolvere i problemi, non fa appello a favoritismi e intrallazzi, ma libera uno spazio di gratuità dove è possibile far abitare la vita. La vita, infatti è quella che conta, perché Gesù stesso dirà di essere venuto perché possiamo "avere la vita" ed averla "in abbondanza".
La vita è il cuore della missione, ovunque. Nei paesi del sud del mondo quando si tratta di poste sanitarie, appoggio scolastico, assistenza alle carceri, sostegno ai disabili, ai più poveri tra i poveri, lì appare evidente la sua finalità; tra noi, nei paesi occidentali, molto spesso si tratta di accogliere inquietudini, rispondere a ricerche, colmare solitudini, abbracciare povertà di cuore, raccogliere ansie di risultato. E il cuore della missione pulsa grazie al Vangelo, alla tenerezza di Gesù, che accosta l'uomo della strada e gli svela, nel volto di un altro uomo, di una donna, di una comunità, la bellezza di appartenere alla vita, la grandezza di abitare la storia, il gusto di masticare il mistero di Dio.
Il mistero di Dio è la provocazione della missione. Dove ancora non si è parlato di lui e si moltiplicano impegno e sforzi per inculturare il messaggio, dove già da tempo si conosce il suo nome, forse si presume di conoscerlo troppo bene e si corre il rischio di metterlo da parte, si conferma una provocazione incessante!
Ad gentes è ogni sforzo di pastorale, perché al cuore dell'uomo, ovunque si trovi, fa appello la proposta di Dio ed il cuore non è mai scontato!
La parrocchia, se vuole essere fedele al suo mandato, non può che scegliere la missione per qualificare annuncio del Vangelo e servizio di carità, azione pastorale ed impegno sociale.
Lo stile della missione, allora, è quello di Betlemme.
Disarmante perché ridotto all'essenziale, avvincente perché immerso nella profondità, luminoso perché abitato dalla libertà.
Il disarmo, che spazia dalle armi della violenza alla violenza delle parole, porta con sé una inestimabile disponibilità all'incontro. È come se si cancellassero distanze, barriere, fili spinati per ritrovare quello che davvero conta: la comunione, il camminare insieme, la consapevolezza di non dover perdere nessuno lungo la strada. La "fantomatica" comunità cristiana di questo dovrebbe vivere e questo dovrebbe tradurre nelle scelte della solidarietà e della prossimità.
Che poi diventi avvincente è logica conseguenza. Non ci si può più accontentare della superficialità e neppure di quanto è scontato, perché una relazione vera ti scava dentro e matura vocazioni alla fede di quelle che fanno della testimonianza una realtà e della carità un inevitabile conseguenza. Non si tratta di gruppetti d'impegno solidale e alternativo, ma di scelte concrete di vita.
La luminosità si concretizza nella corsa dei pastori e nel pellegrinaggio dei Magi, percorsi di ricerca e libertà capaci di significare una vita intera. E l'iniziazione alla fede non è mai finita.
Insomma, la missione non può prescindere da Betlemme e la parrocchia, se vuole essere davvero missionaria, un pò dell'esperienza di Betlemme la deve fare sua.
Buon Natale, parrocchia! Chissà che un pò d'imbarazzo te lo crei davvero questo Dio che si fa Bambino e sconvolge schemi assodati e sperimentati, tradizioni e certezze? Chissà che ancora una volta quel volto povero, quei piedi immigrati, quelle mani disoccupate, quei lamenti ingiusti, ti riconsegnino una grotta ed una stella, un vagito ed un poco di paglia?
Saranno i segni che il Natale l'hai celebrato davvero in barba all'Erode di sempre, che ti vorrebbe innocua e avvolta d'incensi!
Auguri.

don Giambattista