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Una passione pastorale intrisa di missionarietà

Una passione pastorale intrisa di missionarietà

8 luglio 1986 – 8 luglio 2011

Ricorre il 25° anniversario della morte di don Pietro Ceribelli direttore del CMD dal 1964 al 1986


Quando don Pietro Ceribelli si affaccia alla soglia dell'Ufficio Missionario diocesano i sussulti del Concilio cominciano a farsi sentire con forza. Qua è la si accendono i primi fuochi di rinnovamento che, talvolta, corrono il rischio di trasformarsi in incendi senza possibilità di salvezza.
È il 1964 e l'Ufficio Missionario è vacante dopo il lungo e generoso servizio di don Evaristo Lecchi, che dal 1923, per ben 41 anni, ne aveva curato l'impegno. Don Pietro concluderà la sua vita l'8 luglio del 1986, esattamente 25anni fa.
Ripercorrere questa lunga storia in modo analitico è quasi impossibile, ma coglierne la profondità e la capacità di azione pastorale non solo è un dovere, ma un obbligo per il cammino della chiesa bergamasca segnata profondamente dalla dimensione missionaria. Anche oggi pressoché tutte le parrocchie della diocesi presentano un variegato, ma significativo, riferimento all'azione missionaria della Chiesa. Ci sono missionari nativi, quelli che hanno frequentato la comunità, sacerdoti fidei donum e laici impegnati su diversi fronti; accanto a questi protagonisti in prima linea si schierano gruppi missionari, associazioni di volontariato, onlus ed amici, senza dimenticare i famigliari di ciascuno. Un mondo attivissimo e sicuramente presente, un mondo che in parte viene proprio da quei solidi fondamenti, da quelle tracce profonde che nella storia i cristiani bergamaschi hanno saputo imprimere.
Il tempo del Concilio fu davvero una primavera anche per il panorama missionario. Le chiese locali, le diocesi, venivano guidate a scoprire la loro natura missionaria e a concretizzare il loro impegno con l'invio di sacerdoti, ai quali, dapprima in modo personale, ma poi con un invio ufficiale, si affiancheranno i laici.
Don Pietro in questo fu davvero profeta!
Scriveva sul settimanale diocesano nel settembre del 1964: "Accanto alle tradizionali figure di missionario… va delineandosi la figura del laico missionario che, senza legarsi con voti, offre qualche anno della sua vita alle missioni in una di queste due forme:
1. Come servizio alle missioni nelle opere sociali (scuole, ospedali, piccole officine, centri agricoli) e nelle attività apostoliche (Azione Cattolica, attività giovanili, istruzione catechistica, ecc.);
2. Come cooperazione tecnica nei governi locali e nelle organizzazioni internazionali neutre (UNESCO per l'istruzione, BIT per lo sviluppo industriale, FAO per l'incremento agricolo, CRI per l'assistenza sanitaria, ecc) o in enti privati di assistenza che richiedono vari specialisti".
A conferma della validità di tutto questo continua: "Naturalmente in entrambi i casi ci deve essere uno spirito cristiano che anima l'aspirante laico: volontà di contribuire alla diffusione del Vangelo in quei territori, testimonianza cristiana nell'esercizio della propria professione; amore e servizio ai più bisognosi. Escludiamo il caso di chi volesse partire per guadagno, avventura o per altro motivo".
Nessun esercizio di supplenza e tanto meno di imitazione del ruolo del presbitero o della religiosa, ma la consapevolezza di una vocazione cristiana che a pieno titolo abita la secolarità e si realizza proprio nella quotidianità.
Fu proprio nel Celim Bergamo che don Pietro volle realizzare una sicura e profetica realtà di cooperazione missionaria. Un luogo di informazione e formazione, un laboratorio di idee, una possibilità di esperienze concrete, un vivaio di vocazioni laicali fortemente motivate, una rete di cultura e riflessione sui paesi del sud del mondo alla luce di quelle indicazioni conciliari che invitavano i credenti e le comunità cristiane a prendersi a cuore il mondo e la sua realtà: queste le convinzioni profetiche maturate nella preparazione culturale e nell'esperienza di don Pietro.
Allargando lo sguardo è la consapevolezza della "naturale" missionarietà della Chiesa che si fa strada nel pensiero e nei suggerimenti pastorali di don Pietro. Dalla responsabilità collegiale dei Vescovi al coinvolgimento delle parrocchie e di ogni cristiano, dall'esigenza del dialogo della chiesa con il mondo all'incontro con culture e tradizioni diverse capaci di favorire la collaborazione e lo scambio che più tardi diventerà "cooperazione tra le chiese": su questi fronti don Pietro invita a spendersi sacerdoti e laici, in questa prospettiva tratteggia con attenzione le scelte di un gruppo missionario e l'orizzonte dell'impegno dell'intera comunità diocesana.
In merito ad un impegno specifico della diocesi bergamasca con altre diocesi insistette che, superando i limiti di eventuali gemellaggi, si arrivasse a "servizi missionari diocesani", ad una disponibilità cioè di personale ed aiuti concreti maturata in piena sinergia con i vescovi locali e le scelte pastorali delle chiese di missione per evitare il pericolo di imporre uno "stile occidentale" e di rallentare, o peggio ancora interrompere, il cammino d'inculturazione della fede.
Un ulteriore richiamo merita la piena fiducia che don Pietro riconobbe al mondo dei giovani. Forse proprio la sua esperienza diretta dapprima a Celana, poi alla "Casa dello Studente" e l'impegno della direzione spirituale hanno permesso di rilanciare l'impegno missionario proprio tra quei giovani che hanno attraversato le dinamiche conflittuali del '68, la nuova comprensione di mondo e chiese che si faceva innanzi, insieme al disegno di nuovi confini etici, politici e culturali che si andava configurando.
Don Pietro fu profeta? Potrebbe essere eccessivo, di certo fu incredibilmente convinto della sua vocazione e di quell'orizzonte di missionarietà dal quale amava affacciarsi per dare concretezza alla sua scelta di vita, alla verità del vangelo, alle indicazioni della Chiesa e al "sussulto" della storia nel quale era immerso.
A lui dobbiamo certamente tanto per quanto con abbondanza ha seminato ed ha testimoniato nella sua vita. Qualcuno leggendo queste poche note ritroverà un tratto del suo cammino, della sua vita e non potrà fare altro che ricordare, riportare cioè al cuore, la figura di questo prete bergamasco innamorato della missione e capace di contagiare tanti altri. Un dono per questa nostra Chiesa!


don Giambattista Boffi
direttore centro missionario