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La “globalizzazione dell’indifferenza”: una sfida!

La “globalizzazione dell’indifferenza”: una sfida!

Sono due occhi giovani quelli di papa Francesco. Il segreto è da cercare nella sua vita e in quello sguardo carico di umanità che stiamo imparando ad apprezzare in questi mesi, uno sguardo che cerca l’uomo e la sua storia, accarezza le attese e legge le fatiche, offre spazi di dialogo e, soprattutto, condivide una ricerca. E’ vero che abbiamo bisogno di certezze, qualcuno vorrebbe persino regole ferree, per non correre il rischio di sbagliare, per avere chiarezza.
E’ anche vero che mostriamo una certa insofferenza verso qualcosa di “preconfezionato”, pensato, progettato e realizzato da altri. “Picchiarci il naso” rimane una prerogativa quasi impossibile da cancellare.
Nella ricerca si fanno strada tante e diverse possibilità, si sperimenta la ricchezza ed il limite di ogni scelta, si impara a proprie spese consegnandosi anche alla precarietà, si vive di piccole conquiste, generosità, non senza sofferenze e fatiche. Questo il bello di metterci il cuore.
Alla provocazione degli occhi fa eco un’affermazione di papa Francesco che, con uno sguardo aperto al mondo, ci mette in guardia rispetto alla “globalizzazione dell’indifferenza”. Sembra paradossale: mentre si riducono sempre di più le distanze tra i popoli e si stringe il tempo per andare da un capo all’altro del mondo, sembrano nascere sempre più ostacoli all’ascolto ed al dialogo, diventa sempre più facile curare solamente i propri interessi e lasciarsi afferrare dall’io che trascina all’egoismo.
L’indifferenza nasce sulle ceneri di una umanità incapace di mettersi in gioco, ripiegata su se stessa, totalmente dedita alla sua conservazione, incurante degli orizzonti del mondo.
Da questa contraddizione, tra l’invito a non avere confini e l’angusto confine dei propri interessi, prende corpo una serie interminabile di situazioni che coinvolgono persino quello spazio di spiritualità che identifichiamo con l’appartenenza ad una comunità cristiana o, comunque, ad un esperienza religiosa.
Sulla concretezza del Vangelo ritengo sia positivo offrire uno spazio di riflessione, non tanto per convincere, quanto per far sorgere qualche dubbio, per avvivare un percorso, per vincere eventuali resistenze e, magari, lasciarsi coinvolgere.
I segni della sua appartenenza alla famiglia umana, l’Uomo di Nazareth, li ha continuamente incarnati nei sentieri della terra palestinese. Sono stati i poveri a catalizzare la sua attenzione. Da quella povertà economica, che può spingere fino alla violenza, alla marginalità della malattia, del disagio sociale e, infine, del peccato. Gesù ha incrociato volti, condiviso sguardi, rivelato dignità nascoste e infangate. L’uomo, capolavoro di Dio, è stato il cuore della sua azione.
Non è un di più la fede e neppure un orpello per abbellire il curriculum, ma l’orizzonte per interpretare la vita e renderla davvero capace di quella globalizzazione che apre alla profondità delle relazioni.
C’è un filo rosso che lega tutte le parole di Gesù: oltre.
Sì, al di là delle apparenze e del “si dice”, persino al di là dei fatti concreti, è certo il poter trovare un cuore. Mai Gesù si è rassegnato a quello che si vede, ma nel cuore del figlio approfittatore, che conosce solo parole di egoismo, e nell’incapace amministratore di una moneta, che ricorre all’infruttuoso nascondiglio sotto terra, nell’esperienza dissoluta della Maddalena piuttosto che nella testardaggine di Pietro, in tutte queste situazioni lo sguardo è proiettato oltre. C’è una speranza, lo ricorda spesso anche papa Francesco, che occorre non lasciarsi rubare dai luoghi comuni e dalla superficialità, una speranza che va vissuta con la responsabilità di sé stessi nell’intreccio della propria vita con la storia del mondo. Al mondo apparteniamo per natura, non siamo vermi solitari con la pretesa di autosufficienza. L’oltre di Gesù realizza una comunità responsabile e attiva, partecipe e gratuita. Sono dimensioni da coltivare senza ritegno.
L’evento incontenibile della Resurrezione apre, ancora di più, un intenso capitolo di provocazioni. Mettere fine all’esperienza della morte è assolutamente globalizzante. Non si tratta di una magia, neppure di un evento miracolistico, ma è la rivelazione piena della ricchezza dell’umanità. Alcun i santi ci hanno ricordato con la loro vita che: “siamo fatti per Dio” e Ireneo di Lione afferma con forza che: “la gloria di Dio è l’uomo vivente”. Questa sintesi tra Dio e l’uomo non ammette il vuoto e la parzialità, ma apre al mistero. Ecco, il mistero rivela la sua dimensione di globalizzazione quando trova, attraverso la morte, l’espressione della pienezza. “Non ho mai visto un camion di traslochi seguire un carro funebre”: ha detto il Papa. Vuol dire che quello che ci segue e, sicuramente ci ha preceduto, è un carico di umanità incalcolabile nella sua materialità, ma consistente se ci riferiamo agli affetti e al bene.
La provocazione si rinnova davanti alle morti ingiuste, a quelle operate con violenza, a quelle apparentemente assurde dovute alla dissoluzione al benessere. Anche Gesù rimane in silenzio e lascia spazio alla preghiera come esperienza di quella globalizzazione che ritrova in Dio ragione e futuro.
Questo Vangelo concreto diventa più che mai attuale se decidiamo di farlo nostro e ci impegniamo, coraggiosamente, ad accoglierne le provocazioni.
Chiaro che non sarà l’indifferenza a vincere i nostri impegni nella misura in cui sapremo mettere in gioco l’essere uomini fino in fondo, persino nella fragilità e precarietà della libertà, tesoro prezioso ed indispensabile per saper superare i confini del sé.
Cincischiare non serve a nulla!

04/07/2014