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La globalizzazione della partecipazione… è comunione

La globalizzazione della partecipazione… è comunione

Che un pizzico di egoismo attraversi la nostra vita è un dato scontato. Ci sono poi delle vere e proprie egemonie di privato che vanno a rovinare rapporti e creare forti squilibri sociali.
Una semplice raccomandazione per “passare avanti” nasconde, spesso con bravura, il desiderio di accaparrarsi un posto a scapito di altri. Tanto, che male facciamo?!
Tutta la teoria sulla proprietà privata la lascio alla vostra ricerca, fatto sta che ogni steccato divide e ogni divisione, per quanto dovuta e seria, crea un po’ di scompiglio quando interrompe qualcosa.
Immagine positiva è quella del mosaico che papa Francesco ha utilizzato per dipingere l’esperienza stessa della Chiesa. Ogni tassello è prezioso, indispensabile.
Ogni tassello concorre a comporre l’opera d’arte che si mostra in tutto il suo splendore solo quando non ci sono spazi di vuoto, quando il disegno comunica nella sua completezza il cuore dell’artista e rende partecipe di una profonda esperienza di vita. L’opera d’arte non è riducibile alla sua realizzazione o ad un fredda struttura di elaborazione, non si tratta di colori giustapposti o di tratti schematici. Lì parla il cuore del poeta, dello scultore, del pittore, del musicista; lì si esprimono uno spazio ed un tempo che hanno tutta la forza di coinvolgerti, di renderti partecipe.
Il tutto sembra contraddire quel desiderio di emergere, di successo ed, in ultima analisi, di potere, che diventa ostacolo a qualsiasi positiva relazione, alla costruzione di una società civile, alla convivenza tra uomini. Un’opera d’arte vive di partecipazione.
Ci appelliamo, allora, alla faccia positiva della globalizzazione. L'interdipendenza non può ridursi ad uno scambio economico, non può sostenere solamente il reddito delle multinazionali illudendoci che lo scambio culturale avvenga grazie al trasferimento di investimenti in borsa o di semplici intrallazzi commerciali. Rimane il dramma dei poveri, sempre più impoveriti dallo strapotere di pochi, e non è possibile nascondere la tragedia di chi da una parte è sfruttato sul posto di lavoro e dall’altra è licenziato per un elevato costo della manodopera. Mentre fanno scuola i maestri dell’ottimizzazione costi quel che costi, si consuma l’erosione dei rapporti sociali e, spesso, pure del rispetto dei diritti.
Il ritorno ad una dimensione umana delle relazioni, la percezione positiva della prossimità, il valore della complementarietà, la concretezza della corresponsabilità, scoprono un possibile itinerario rivoluzionario a beneficio dei singoli e delle comunità. E’ così che prendono corpo esperienze capaci di una solidarietà profonda, che va al di là delle ragioni dell’opportunità e persino del bene, per sfociare nelle convinzioni della fede. Si fa spazio la comunione che, senza nulla togliere ad altre dimensioni della vita, vanta di avere origine nel Mistero stesso di Dio. Quella Trinità, che fa la differenza del Dio cristiano e appare come un impenetrabile argomento da esperti, è a portata di mano proprio come paradigma per vivere i rapporti quotidiani che, dalla famiglia alla scuola, dal lavoro al tempo libero, ci vedono tutti coinvolti. La gratuità disegna gli spazi dell’incontro e la fiducia porta a compimento le attese del futuro. In questa prospettiva la fede dialoga, diventa presenza, servizio, carità, umanità vera.
Non è necessario arrampicarsi sui vetri per cercare una dimostrazione della verità di Dio, basterebbe abitare la comunione, vincendo ogni tentazione di egocentrismo, per “sentire” la sua presenza. Gesù stesso, poco prima del congedo dai suoi, raccomanda loro di “volersi bene” perché è quello che si vede che resta negli occhi di chi incrocia un’esperienza di comunità e di chiesa. Il vero scandalo nasce dalle divisioni, dalle invidie e dalla vendetta, che si fanno spazio anche tra gli uomini di Chiesa e le realtà ecclesiali. E’ un limite dell’umanità che non va messo in conto per giustificarsi, ma per una consapevolezza costruttiva, aprendosi alla positività delle relazioni.
Credo stia qui la chiave per interpretare e vivere una vera missionarietà. Se l’altro è un amico e la sua storia appare come un valore, è immediata la percezione di un’esperienza positiva che, nutrita di ascolto, dialogo, scambio e condivisione, porta ad elaborare un progetto di umanità capace di senso e quindi aperto al Trascendente; immediata per un cristiano la relazione con Gesù di Nazareth come modello non da imitare, ma da vivere.
Globalizzazione e partecipazione si fondono nell’esperienza della fede come una profezia sul presente e rivelano non solo un sogno, ma un modo di essere e di vivere che davvero si pone in alternativa al “consumo”.
E se anche le fatiche rimangono non ostacolano, comunque, chi nel cercare una soluzione si appoggia al mistero del credere.

04/07/2014