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La globalizzazione dello scarto

La globalizzazione dello scarto

La raccolta differenziata prende sempre più piede nelle nostre comunità. Un segno di attenzione al creato, di coscienza ecologica, di responsabilità verso il futuro. Bene, una cosa certamente positiva.
Differenziata e propositiva diventa sempre di più l'attenzione al creato e alle creature. Basti pensare alla specializzazione nel campo della medicina che permette indagini, diagnosi ed interventi sempre più puntuali ed incisivi. E poi, via via, i diversi spazi umani del sapere arricchiti dalla ricerca e dalla speculazione. Un tesoro incomparabile.
Il rischio che efficienza e produttività si impadroniscano di queste ricchezze è in agguato. Chi non è all'altezza, chi non produce, non serve alla globalizzazione. E le conseguenze diventano talvolta drammatiche, perché in questo caso a finire nella spazzatura sono vite umane, storie di sofferenza, periferie di umanità.
E’ la dimensione della persona e dei suoi diritti che, quasi come con un colpo di spugna, viene cancellata dall’ideologia di un progresso sfrenato. Chi ci va di mezzo sono quelli che non hanno voce, poveri forse anche economicamente, ma soprattutto impoveriti dal sistema.
Prima che questo vortice ci risucchi inesorabilmente e provochi ancora stragi inutili di non senso e irresponsabilità potrebbe essere una buona cosa il recupero di quella dimensione spirituale della vita che permette a ciascuno di essere sè stesso e di esprimersi nella molteplicità della proprie capacità.
La giustizia, appunto, condivide l’ansia di riconoscere il valore dell’individuo, la sua inviolabilità e profondità d’essere.
“Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia il resto vi sarà dato”: questo l’assioma di Gesù che ci permette di coniugare fede e vita, ci offre lo spazio per un’esperienza cristiana incarnata e propositiva.
Il tutto prende le mosse dalla positività del mondo. Le “strutture di peccato”, che Giovanni Paolo II indicherà come cause di violenza disumana e scoprirà generate dall’egoismo più becero, non appartengono al disegno della creazione e neppure sono riconducibili alla natura dell’uomo. Sono già frutto di abbruttimento, di calcoli interessati, di aggressività e di brutalità. Non conoscono il rispetto dell’altro, del suo mistero e della sua possibilità.
L’altro è invece incontro di comunione, è l’intreccio di un racconto coinvolgente dove ciascuno sperimenta la bellezza della propria libertà e si scopre, come per incanto, arricchito, perché capace di condividere.
Il Regno di Dio non è frutto di un’astrazione, non appartiene all’immaginario onirico e neppure si riduce ad uno spauracchio. Il Regno di Dio è una persona, Gesù stesso. Ecco perché le domande dell’umanità trovano in lui un interlocutore credibile, un tracciato di esperienza che continuamente fa riferimento al mistero della vita e la porta a compimento.
La giustizia è dimensione indispensabile perché l’uomo venga messo in condizione di esprimere al meglio sé stesso. Non è sufficiente che funzioni la dimensione distributiva, ma occorre che si realizzi tutto quello che rende la persona capace di libertà, creatività e, alla fine, di responsabilità.
Per questo la tessitura della fede non può esimersi dal concretizzarsi in una cittadinanza attiva, non può rinunciare alle responsabilità sociali, e trova nella Chiesa il luogo dove nutrirsi e rilanciarsi continuamente.
La comunità cristiana è chiamata ad assolvere questo compito nella più assoluta gratuità, perché non le serve potere e prestigio, non può vantare privilegi e ostentare raccomandazioni.
La ricchezza del regno e l’esercizio della giustizia sono l’orizzonte su cui la Chiesa scrive il suo servizio all’uomo, alla concretezza della sua vita, in quelle dinamiche di fragilità e precarietà che si sperimentano nella molteplicità delle situazioni della vita.
E, se da una parte la società produce e dimentica frammenti di umanità, dall’altra la comunità cristiana è chiamata a percorsi di prossimità perché nessuno sia escluso e, tanto meno, possa allontanarsi dalla vita.
Non è certamente semplice il tracciato. Il rischio di luoghi comuni, di parole al vento e di inutili requisitorie si affaccia ogni volta che la tentazione è quella di distogliere gli occhi dalla realtà attorno a progetti senza cuore e senza storia, pensati a tavolino senza la densità dell’esperienza.
Lo “scarto” ributta la Chiesa per strada, la costringe ad uscire, proprio come continuamente chiede papa Francesco, e la misura sul metro di quella povertà vissuta che assume il volto della carità e si traduce in presenza e azione.
La Chiesa: nessun battezzato può tirarsi fuori, nessuno può pensare di non essere coinvolto. E’ la vocazione del cristiano è l’incontro con lo “Scarto Crocifisso” perché sia Pasqua!

04/07/2014